La vita quotidiana nella Mesopotamia antica

Articolo

Joshua J. Mark
da , Tradotto da Alfonso Vincenzo Mauro
Pubblicato il 15 aprile 2014

Testo originale in inglese: Daily Life in Ancient Mesopotamia

La vita di tutti i giorni presso l'antica Mesopotamia non può esser descritta così come ci è possibile per l’antica Roma o l’antica Grecia; la Mesopotamia non fu mai una singola civiltà unificata, neanche sotto l’Impero Accadico di Sargon il Grande. Tuttavia, in linea generale, dall’ascesa delle città nel 4500 AEC (avanti Era Comune) circa fino alla caduta di Sumer nel 1750 AEC, le genti della regione vissero effettivamente in maniere analoghe. Le civiltà mesopotamiche attribuivano enorme importanza alla scrittura, e, sin dalla sua invenzione (3500 – 3000 AEC circa), gli scribi dànno quasi l’impressione d’essere ossessionati con annotazione e documentazione di ogni aspetto e sfaccettatura della vita delle loro città — e, perciò, archeologi e studiosi moderni posseggono una piuttosto chiara comprensione circa la vita e il lavoro delle persone. Come l’autore statunitense Thornton Wilder ebbe a scrivere in Piccola città: “Babilonia poté un tempo constare di due milioni d’abitanti, eppure tutto ciò che a loro proposito conosciamo sono nomi di re, e copie di contratti di vendita di granaglie e schiavi”. Egli, certo, fu autore letterario e non storiografico, e al tempo della stesura della succitata opera teatrale molto della Mesopotamia era ancora ignoto; e tuttavia era in errore circa ciò che noi moderni, fino ai giorni nostri, sapremmo o non sapremmo dei mesopotamici: le nostre conoscenze vanno anzi ben oltre mere liste regali e contratti da tratta degli schiavi.

Popolazione e classi sociali

La popolazione delle città dell’antica Mesopotamia variò enormemente lungo il periodo. Nel 2300 AEC circa, Uruk aveva una popolazione di 50.000 individui; Mari, a nord, 10.000; e Akkad 36.000 (Modelski, 6). Come in ogni altra società della Storia, le genti di queste città erano divise in classi sociali organizzate gerarchicamente: monarca e nobiltà, sacerdoti e sacerdotesse, ceto alto, ceto basso, schiavi.

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Sumerian Votive Plaque
Sumerian Votive Plaque
by Osama Shukir Muhammed Amin (CC BY-NC-SA)

Il monarca di una città, regione, o impero era ritenuto estrinsecare una speciale relazione con gli dèi e d'essere intermediario tra il mondo divino e il regno terreno; e la profondità di questa relazione, così come la soddisfazione degli dei con il suo governo, poteva essere giudicata a seconda della prosperità del territorio a lui sottoposto. Un grande re avrebbe espanso il suo regno, rendendone florida la terra, così dimostrando il favore degli dèi. Quantunque molte regioni mesopotamiche si ribellarono ripetutamente al dominio suo e della dinastia da lui fondata, Sargon di Akkad (2334 – 2279 AEC) assurse nondimeno a figura leggendaria a cagione delle sue fruttuose conquiste militari e dell’estensione del suo impero; conseguimenti che ad occhi mesopotamici comportavano il favore accordato dagli dèi (Inanna, in questo caso) al dominio di Sargon, indipendentemente dall’opinione dei singoli o di singole comunità.

Sacerdoti e sacerdotesse presiedevano agli aspetti sacrali della vita quotidiana e officiavano i riti religiosi; essendo inoltre precipuamente istruiti, essi erano ritenuti atti all’interpretazione di segni e presagi, e servivano altresì come guaritori. I primi medici e dentisti mesopotamici furono le sacerdotesse che badavano a pazienti nella corte esterna del tempio. Tra le sacerdotesse più celebri vi fu Enheduanna (2285 – 2250 AEC), figlia di Sargon di Akkad, la qual servì come gran sacerdotessa ad Ur, ed è il più antico autore letterario il cui nome ci sia pervenuto. Ella in particolare non praticava però quale guaritrice, sendo la sua giornata piuttosto impiegata nell’amministrazione del tempio e del complesso circostante, e nell’officio delle cerimonie.

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Ogni insegnante era scriba, e una delle più importanti discipline insegnate presso tutte le scuole mesopotamiche era appunto la scrittura.

Il ceto alto constava mercanti titolari d’impresa, scribi, e tutori, e, col tempo, militari d’alto grado. Altre occupazioni d’alto ceto erano il contabile, l’architetto, l’astrologo (generalmente anche sacerdote), il carpentiere/armatore. Il mercante titolare cui non era necessario viaggiare godeva una vita agiata, e ci è presentato servito da schiavi, bevendo la migliore birra della città in compagnia di amici. Gli scribi erano considerevolmente rispettati, e servivano a corte, al tempio o nelle scuole; ogni insegnante era scriba, e una delle più importanti discipline insegnate presso tutte le scuole mesopotamiche era appunto la scrittura. Ai soli ragazzi era dato frequentare la scuola; e le donne, quantunque godenti di quasi uguali diritti, non erano tuttavia considerate sufficientemente intelligenti onde essere pienamente alfabetizzate — uno stato delle cose che si sarebbe protratto anche dopo e nonostante l’illustre carriera di Enheduanna. Anche la figura dell’aio era tenuta in grande considerazione; e tutori privati, pagati profumatamente dalle famiglie abbienti onde fare eccellere nell’apprendimento i figli, quantunque non impiegati nelle scuole (di sovente gestite dal tempio), erano nondimeno ritenuti uomini d’eccezionale intelligenza, virtù e attitudine — essi si votavano completamente alla sollecitudine per il discente o i discenti sotto la loro tutela, e, se il cliente era facoltoso, conducevano una vita agiata quasi quanto quella di quest’ultimo.

Il ceto basso constava degli occupati nella manutenzione e nelle operazioni di fattivo funzionamento della società: contadini, artisti, musicisti, muratori, addetti ai canali irrigui, fornai, cestai, macellai, pescatori, coppieri e acquaioli, mattonai, birrai, osti e tavernieri, prostitute, fabbri, carpentieri, profumieri, vasai, gioiellieri e orefici, carrettieri e (successivamente) aurighi, soldati, marinai, e mercanti dipendenti. Di queste professioni, prostitute, profumieri, gioiellieri e orefici potevano sotto determinate circostanze (quali spiccato talento o favore di un mecenate o del re) afferire al ceto alto; tuttavia ogni membro anche del ceto basso poteva salire la scala sociale. L’assiriologo Jean Bottero nota come “la città di Kish fosse ad un certo punto governata non da un re ma dall’energetica regina Kubaba, ex taverniera di cui null’altro sappiamo” (125). Quantunque per lo più relegate agli impieghi del ceto basso, era alle donne permesso occupare posizioni di rilievo o di prestigio pari a quelle degli uomini; furono anzi donne i primi birrai, tavernieri, e dottori e dentisti dell’antica Mesopotamia, prima che queste occupazioni e cariche si dimostrassero redditizie e venissero controllate da uomini.

La classe servile era al più basso gradino sociale. Si diventava schiavi per diversi motivi: si poteva venir catturati in guerra, esser venduti per saldare un debito o scontare una pena, esser rapiti e venduti altrove, o anche esser venduti per debiti da un familiare. Gli schiavi non appartenevano ad una sola etnia, né erano esclusivamente impiegati in lavori manuali; essi potevano badare alla casa o essere preposti a grandi tenute, accudire e far da tutori ai bambini, addestrare cavalli, tenere la contabilità o lavorare in oreficeria, e potevano essere impiegati a seconda della capacità e del talento che il padrone riconosceva in loro. Uno schiavo diligente nel lavoro per il suo padrone poteva aspirare e anche ottenere la libertà.

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Abitazioni e arredamento

Il re e la corte vivevano ovviamente presso il complesso palaziale. Le restanti abitazioni si sviluppavano intorno al centro templare urbano — il santuario e la sua ziggurat. Gli individui più agiati e in cima alla scala sociale, le cui dimore erano erette con mattoni cotti al sole, vivevano più vicini al centro; le case degli abitanti di più modesta levatura erano costituite di giunchi e canne — a tal proposito va tuttavia notato non si trattasse delle spesso immaginate capanne, ma comunque di case vere e proprie. Lo studioso Stephen Bertman così descrive la costruzione di queste case:

Onde costruire una casa comune, occorreva sradicare alte piante palustri, e raccoglierle e legarle in larghi fasci da inserire successivamente in fori scavati nel terreno, un fascio per foro. I fori e gli interstizi tra canne e giunchi venivano riempiti di terriccio onde saldare nel terreno i fasci, e questi venivano specularmente piegati l’un verso l’altro e legati in cima onde formare una volta — così intorno intorno per tutti, alla medesima maniera […] Venivano infine disposte e fissate delle coperture di giunchi, alla volta a mo’ di tetto e ai lati a mo’ di pareti e porta (285).

Poi prosegue, circa la costruzione di una casa in mattoni:

Degli stampi lignei a forma di mattone venivano riempiti con l’argilla fangosa degli argini fluviali mescolata a paglia come legante — sollevandoli, era possibile rimuovere il mattone così formato, lasciandolo seccare al sole […] Quantunque il prodotto, com’è noto, non fosse particolarmente durevole (specialmente in conseguenza alle piogge stagionali), l’alternativo mattone cotto in forno era più costoso a cagione del combustibile e della manodopera specializzata necessari alla realizzazione; pertanto, quest’ultimo era prevalentemente utilizzato per le dimore di re e dèi, e non per le case plebee. (285 – 286)

Fonte di illuminazione domestica era la lucerna a combustibile liquido (olio di semi di sesamo); occasionali finestre interessavano le dimore più facoltose: erano a tal fine necessari telai in legno, ed essendo questo un bene raro, le case con finestre erano tutt’altro che comuni. L’esterno delle case in mattoni era imbiancato — “un'ulteriore difesa contro il caldo cocente”, nota il Bertman; e “un unico ingresso era previsto, con gli stipiti dipinti apotropaicamente di rosso” (286). La storica Karen Rhea Nemet-Nejat aggiunge che “il proposito di una casa in ciò ch’è oggi l’Iraq meridionale è l’offrire riparo durante le dodici ore di caldo inesorabile — il clima da maggio a settembre” (121) Dopo settembre, nel più fresco clima della stagione delle piogge, le case venivano riscaldate ardendo fronde o legno di palma.

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Ruins of Ur
Ruins of Ur
by M.Lubinski (CC BY-SA)

Palazzi, templi e magioni dell’alto ceto potevano sfoggiare bracieri ornati per il riscaldamento degli ambienti, mentre nelle case più umili si ricorreva a un pozzetto rivestito di argilla indurita. Rudimentali impianti idraulici domestici erano diffusi almeno sin dal III millennio AEC, con servizi igienici in stanze separate per magioni, palazzi e templi — scarichi inclinati la cui pendenza collettava le acque reflue in pozzi neri o le convogliava, attraverso il sistema fognario urbano, verso il fiume. Prima che ogni progetto di costruzione avesse inizio, e indipendentemente dalla statura economica dei futuri occupanti, tutte le case della regione di Sumer necessitavano della benedizione dei fratelli divini Kabta e Mušdamma (divinità che presiedevano alle fondamenta, ai cantieri, e ai mattoni); parimenti, al termine dei lavori, venivano fatte oblazioni ad Arazu, dio delle costruzioni completate. Ogni regione mesopotamica aveva la sua propria versione di queste figure divine; ciò che conta è che la loro benedizione veniva sempre e ubiquitariamente ritenuta garantire la sicurezza della casa — la Nemet-Nejat, a tal proposito, cita:

Le case antiche, particolarmente quelle in mattoni essiccati al sole, crollavano di sovente, tanto che il Codice di Hammurabi dedicava cinque sezioni al problema, sancendo la responsabilità del costruttore: ‘Se un costruttore edifica una dimora per qualcuno, ma la fabbrica non è solida e la casa causa la morte del proprietario crollando, detto costruttore venga messo a morte; se è il figlio del proprietario a morire, venga messo a morte il figlio del costruttore’ (121).

Le case erano prevalentemente arredate e ammobiliate in medesimo modo di quelle odierne, con sedie (con gambe, schienali, e, in case ricche, braccioli), tavoli, letti, e cucine attrezzate. I più facoltosi potevano permettersi letti con telai in legno e reti intrecciate di corda o giunchi coperte da materassi imbottiti di lana di pecora e capra con lenzuola di lino. Questi letti erano di sovente riccamente intagliati, e, dal III millennio AEC, talvolta “rivestiti di oro, argento o rame”, e “avevano le gambe terminanti in zoccoli di bue o artigli di altri animali” (Nemet-Nejat, 125). Chiaramente, i meno abbienti non potevano permettersi questi lussi e dormivano su tappeti intessi di cannule e paglia disposti sul pavimento. I tavoli erano costruiti come quelli odierni (le case più agiate ne avevano con tovaglie e tovaglioli in lino), e le famiglie solevano riunirsi per il pasto serale come suolsi ancora oggi.

Shells Containing Cosmetic Pigments from Ur
Shells Containing Cosmetic Pigments from Ur
by Osama Shukir Muhammed Amin (CC BY-NC-SA)

Famiglia e tempo libero

La struttura familiare era come l’odierna, con madre, padre, figli, e parentela allargata. Sia gli uomini che le donne lavoravano, mentre i bambini venivano cresciuti secondo sesso e condizione sociale. I maschi d’alto rango andavano a scuola, mentre le loro sorelle restavano in casa ad apprendere le arti domestiche; i maschi di basso ceto seguivano i padri al lavoro (ai campi o quale che ne fosse l’impiego), mentre le femmine, come le benestanti, emulavano l’impiego domestico materno. Anche i giocattoli posseduti dai bambini non erano dissimili da quelli semplici odierni, come vetture in miniatura e bambole. Il Bertman nota:

Per neonati e infanti v’erano sonagli in terracotta riempiti di sassolini (dalla forma vagamente somigliante a quella di un grosso raviolo dai bordi pizzicati), e con un foro per appenderli a una funicella. Crescendo, i maschi giocavano alla caccia o alla guerra con fionde, piccoli arco e frecce, e boomerang; le femmine giocavano alla mamma con bambole da accudire come figli propri e mobilia riprodotta in miniatura (tavoli, sgabelli e lettini). Per sollecitare l’immaginazione dei più grandicelli v’erano barchette e carrettini con figure di animali da soma; e ci si divertiva altresì con palle e cerchi, e con un gioco di salto della corda curiosamente chiamato 'Ištar', come la dea dell’amore (298 – 299).

Molte intere famiglie solevano inoltre riunirsi intorno a giochi da tavolo con dadi o simili al Venticinque/Pachisi; ci sono pervenute rappresentazioni di famiglie godentisi il tempo libero — proprio come in odierne foto di famiglia. Le attività fisiche e diportive pare coinvolgessero principalmente gli uomini, e le più popolari erano lotta libera e pugilato per il ceto basso e la caccia per il ceto alto. Di là dalla summenzionata similitudine in sé del pasto familiare principale con l’odierno, va tuttavia specificata la significativa differenza costituita da passatempi e intrattenimento durante e dopo la cena: narrare storie rappresentava preminente aspetto del pasto serale, come la musica — presso le case meno facoltose, un familiare soleva suonare uno strumento, cantare o raccontare una storia dopo cena; i benestanti possedevano schiavi così impiegati o ingaggiavano intrattenitori professionisti. Costoro si esibivano con strumenti familiari ai giorni nostri.

Iscrizioni e figurazioni a noi pervenute rappresentano inoltre mesopotamici intenti ad ascoltar musica bevendo birra o leggendo o rilassandosi a casa o in giardino.

V’erano, ovviamente, cantanti, ma anche percussioni (tamburi, campane, nacchere, sistri e sonagli), fiati (flauti dritti e traversi, corni, e siringhe), e cordofoni (lira ed arpa). Rappresentazioni rinvenute in tutta la Mesopotamia attestano il grande amore della popolazione per la musica; il Bertman ci esemplifica, in proposito, che “tanto grande era l’amore d’una regina di Ur per la musica e insopportabile il solo pensiero d’esserne priva nell’oltretomba, che, a tempo debito e con l’aiuto d’una letale dose di sonnifero, poté nella sua sepoltura recare con sé nell’aldilà i suoi musici” (295). Iscrizioni e figurazioni a noi pervenute rappresentano inoltre mesopotamici intenti ad ascoltar musica bevendo birra o leggendo o rilassandosi a casa o in giardino. Bertman prosegue: “La musica era parte integrante della vita dell’antica Mesopotamia. Placche intarsiate, blocchi cesellati e sculture a rilievo ci trasportano in un mondo colmo di suono. Ad esempio possiamo vedere un pastore che suona il flauto mentre il suo cane, seduto, lo ascolta attentamente” (294). Accompagnamenti musicali allietavano sempre banchetti e pasti privati per i più facoltosi.

Cibo e vestiario

La principale coltura in Mesopotamia era l’orzo — non ci si sorprende siano dunque stati i primi ad inventare la birra. Ninkasi era la dea tutelare della bevanda, il famoso inno alla quale (1800 AEC circa) è anche la più antica ricetta per la birra a noi pervenuta. Si ritiene la birra sia nata quale prodotto secondario della panificazione con orzo fermentato. I mesopotamici si sostentavano inoltre con una dieta ricca di frutta, verdura (mele, ciliegie, meloni, albicocche, pere, prugne, datteri, così come lattuga, cetrioli, carote, fagioli, piselli, barbabietole, cavoli, e rape), pesce fluviale, e bestiame da macello (prevalentemente capre, maiali, e pecore — buoi e vacche dispendiosi e comunque troppo utili ond’essere macellati). Questa dieta era talvolta arricchita da cacciagione e selvaggina, come cervi, gazzelle e volatili; ed era pratica comune tenere oche e anatre onde consumarne le uova.
Lo storico Jean Bottero rimarca “il sorprendentemente vasto inventario di cibi” dei pasti mesopotamici, insaporiti con oli e prodotti minerali (olio di sesamo e sale, ad esempio); e, aggiunge, “la varietà di questi ingredienti locali era tale che, per quanto ne sappiamo, ai mesopotamici non occorse mai importare 'dall’estero', quantunque l’intensità e l’estensione della loro rete commerciale fosse rimarchevole” (45 – 46). Quantunque oltre alla birra (tanto apprezzata da essere percepita dai lavoratori a mo’ di stipendio) si solessero anche bere vino piuttosto forte ed acqua, la prima restava tuttavia la bevanda più popolare in Mesopotamia, e, dati i suoi maggiori valori nutrizionali e densità rispetto alla nostra odierna, era spesso servita quale portata principale del pasto diurno.

Mesopotamian Beer Rations Tablet
Mesopotamian Beer Rations Tablet
by Osama Shukir Muhammed Amin (CC BY-NC-SA)

Prima del pasto serale, i mesopotamici erano soliti lavarsi, cambiarsi d’abito, e, come prima di ogni altro pasto, pregare e rendere grazie agli dèi per il cibo. La Religione era parte integrante della vita di tutti, e, sendo incentrata sul concetto di collaborazione dovuta dagli uomini agli dèi, le divinità del panteon mesopotamico erano verace parte dell’esistenza quotidiana. Gli dèi si credeva soddisfacessero tutti i bisogni della gente, e occorreva in cambio lavorare al servizio di essi. Bottero prosegue: “Non solo gli dèi erano creatori dell’universo e dell’uomo, ma ne restavano padroni supremi e ne guidavano evoluzione e quotidiana esistenza; per questa ragione erano considerati promotori e garanti di tutti i numerosi impegni e condizioni positivi e negativi a governo della vita umana” (248). Tutti gli aspetti dell’esistenza, insomma, erano in Mesopotamia permeati di questo senso del Divino al lavoro — persino, ad esempio, negli abiti indossati.

L’abbigliamento, come tutto il resto, era conseguenza e rappresentazione del grado sociale di ciascuno. Bertman evidenzia al riguardo come

gli archeologi confermino i tessuti essere tra le prime invenzioni umane. Pare che fibre vegetali venissero attorcigliate, intrecciate e cucite [al fine d’ottenerne tessuto] almeno già dal Paleolitico, 25.000 anni fa circa; ma la lana e il lino (riservato per indumenti più costosi) pare fossero i tipi di tessuto più comuni in Mesopotamia. Il cotone non fu introdotto che nei giorni degli assiri, i quali ne importarono la pianta da Egitto e Sudan nel 700 AEC circa; e la seta non prima del dominio dei romani, i quali la importarono dalla Cina (289).

Gli uomini indossavano generalmente una lunga tunica o gonnellini di pelli di capra o pecora cucite insieme, le donne una veste di lana o lino. I soldati sono sempre riconoscibili nelle rappresentazioni d’epoca perché indossanti mantelle con cappuccio sopra l’uniforme. Gli uomini anziani vengono rappresentati con vesti alla caviglia, mentre i giovani sembra indossassero prevalentemente i succitati tunica e gonnellini. Le vesti femminili non erano di colore uniforme: diversi motivi e decorazioni si possono vedere arricchirne l’abbigliamento; gli uomini, con l’eccezione di re, soldati e talvolta scribi, vengono costantemente rappresentati in abbigliamento semplice e monocromatico. Mantelle con cappuccio, stole, e scialli spesso ricamati e con nappe erano indossate per il maltempo. Le ragazze vestivano come le madri, e i ragazzi come i padri; e ciascuno indossava calzari di stile più o meno ricco. Le calzature femminili erano generalmente più ornate di quelle maschili.

Sia donne che uomini solevano ricorrere alla cosmesi, e, conclude Bertman, “il desiderio di accentuare la propria bellezza naturale e di attrarre l’interesse altrui con trucco e profumo è attestato già dai tempi dei sumeri” (291). Sia uomini che donne si contornavano gli occhi con del mascara ante litteram, così come, forse più famosamente, solevano gli egiziani; e in ambo i sessi si ricorreva all’uso di profumi dopo il bagno. I profumi erano ottenuti “per infusione di piante aromatiche in acqua, e la risultante essenza era mischiata ad oli” (Bertman, 291); e alcune ricette, capaci di avanzare economicamente e socialmente quasi al livello di nobiltà i profumieri, divennero così popolari da essere serbate gelosamente.

Conclusioni

La vita quotidiana dell’antica Mesopotamia non era molto diversa dalle vite di quanti abitano ora la stessa area. Come noi moderni, gli antichi mesopotamici amavano le proprie famiglie, lavoravano, e godevano del tempo libero. I nostri odierni conseguimenti tecnologici ci dànno l’impressione d’esser vastamente diversi e più saggi di quanti ci hanno preceduti migliaia di anni, ma i rinvenimenti archeologici sanno riportare una storia differente. Nel bene e nel male, gli esseri umani non sono poi mutati molto; e i desideri e i bisogni primari, così come le vite quotidiane delle persone della Mesopotamia antica sono conformi ad un andamento in cui anche noi possiamo con una certa facilità riconoscerci.

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Info traduttore

Alfonso Vincenzo Mauro
Interprete e traduttore a Vietri sul Mare (SA). Condirettore del festival di cultura 'La Congrega Letteraria', a Vietri sul Mare. Corso di laurea in Storia, Universita' degli Studi di Napoli 'Federico II'.

Info autore

Joshua J. Mark
A freelance writer and former part-time Professor of Philosophy at Marist College, New York, Joshua J. Mark has lived in Greece and Germany and traveled through Egypt. He has taught history, writing, literature, and philosophy at the college level.